"L'inconscio è strutturato in versi di cui ne viviamo l'effetto e il significato"                         Paolo Russo

10.05.2018

ACCETTARSI E' CONOSCERSI

di Paolo Russo

L'accettazione dell'altro a mio avviso può derivare solo dalla conoscenza di sé. Riconoscersi paure, difetti ma anche pregi e desideri infatti crea quel confine tra noi e l'altro in cui la distanza rappresenta la vita. La vita fatta di emozioni che sono personali ma anche universali.

Il linguaggio della poesia rappresenta la voce della nostra stessa esistenza.
l'immagine idealizzata che abbiamo di noi stessi  difficilmente coincide con noi ed allora una tendenza ad essere come si desidera può portarci a credere che non andiamo bene cosi come siamo, per usare le parole dell'inventore dell'analisi transazionale Eric Berne, a credere di "non essere ok" , svalutando le proprie risorse solamente perchè si da valore solo a ciò che non si ha. Lascio al lettore immaginare le conseguenze psicologiche e sociali per una persona che vede la vita da una posizione in cui se stessa è meno di qualcuno e non è come si vorrebbe. Oppure pensate a quelle circostanze in cui lo scoprirsi socialmente accettati tende a far svalutare gli altri. Basta riflettere sulle situazioni in cui gli altri vengono emarginati, disprezzati e svalutati. Qui Berne direbbe che ci si considera "ok" ma si vede l'altro come "non ok". Riconoscersi certe "posizioni esistenziali" può senza dubbio aiutarci nel rapporto con noi stessi e con gli altri perché conoscersi è anche scoprirsi e rinnovarsi. La conoscenza allora deve diventare un percorso di esplorazione dettato da un innamoramento per noi stessi che non può non essere sorpresa e amore per l'essere umano. L'empatia deriva dal riconoscimento di quei luoghi emozionali che vive l'altro e in cui noi abbiamo già vissuto. Accettarsi e accettare l'altro quindi non possono prescindere, a mio avviso, dal conoscere se stessi.

Accettare la diversità

di Paolo Russo

Scrivere un articolo sull'accettazione della diversità è tanto difficile quanto provare a descrivere il perché si facciano le guerre o perché ci siano paesi in cui mancano tutte le risorse essenziali per vivere ed altri in cui le risorse sono in abbondanza. La poesia ha dato voce a tanti "DIVERSI". Penso che ogni persona si sia trovata più volte nella condizione di "DIVERSO". Emarginata, sola, accusata di essere se stessa. Penso a quanto si sentano "DIVERSI" ogni anno milioni di disabili. Patrizia Bestini bene spiega come la creazione di neologismi  non è altro che la conseguenza della paura del "diverso" insita nell'Uomo. Ciò che è diverso spaventa perché è sconosciuto, perché non rientra in un certo schema mentale che nella nostra società, per esempio, è rinforzato dai mass media e dalle immagini patinate delle riviste. Tanta è la paura del diverso che nei neologismi questa diversità viene addirittura enfatizzata e sottolineata! E così il dis-abile, persona priva di una qualche abilità, diventa un divers-abile, una persona dalle abilità diverse... Si parla sempre dei disabili come di una categoria omogenea, composta di tante persone non ben identificate. Ma i disabili non sono affatto omogenei, come non lo sono gli abili.

Merita una riflessione  particolare la capacità delle persone che pur non senza paura decidono di affermare la loro identità sessuale riuscenso a esprimere se stessi, rompendo le catene della compiacenza verso una società che detta come diventare. A tal proposito conservo dentro me un ricordo molto emozionante di quando, durante gli studi universitari, un mio amico mi confessò di essere gay. Era felice, doveva capire come farsi accettare, i suoi occhi però brillavano come non mai. E' in quella luce che ho visto l'orgoglio della dignità umana. La sua voglia di esistere dettata dall'espressione della propria individualità e non dalla volontà di piacere e di adattarsi agli altri.

NASCERE VECCHI E MORIRE GIOVANI

di Paolo Russo

Questo articolo è  un tentativo di affrontare il tema della diversità secondo un punto di vista pedagogico.
Il termine educare rimanda alla filosofia platonico-socratica secondo cui la conoscenza deve essere "condotta fuori" da noi tramite la maieutica, letteralmente l'arte del far partorire, ovvero condurre fuori, e-ducere. L'educare quindi equivale a rendere il soggetto più consapevole rendendolo più originale, più creativo e più libero. Emily Dickinson sosteneva che "vi è sempre una cosa di cui sentirsi grati: essere se stessi e non qualcun altro". E. Guidolin scrive in "esistenza ed educazione" che "l'Adulto è colui che è madre e padre di se stesso, è colui che è solo. A vent' anni si è prigionieri delle delusioni giovanili. L'avanzare del tempo assume una funzione catartica liberatoria sia dei condizionamenti sia delle illusioni che li accompagnano", intendendo il senso intimo dell'educazione in questo motto: "nascere vecchi e morire giovani".
E' da queste premesse che vorrei riflettere con il lettore sul significato dell'essere umani. Del prendersi cura delle nuove generazioni in quel viaggio senza fine verso la conoscenza di sè.
È l'atteggiamento verso la propria consapevolezza che rende capaci di vedere gli altri, è in questa configurazione che le persone diventano individui e non "diversi".
Quanto è doloroso accettare l'altro se questo significa riconoscere se stessi? Riconoscerci un ruolo che non vorremmo avere e da cui sfuggiamo nella debolezza di un senso sociale a cui con ipocrisia ci adattiamo. L'omologazione infatti ci illude di essere "normali", ci protegge da quel confronto inevitabile con l'indicibile e con i nostri limiti rendendoci meno scomodi e meno autentici.