Manifesto della Poesia Clinica Applicata – Paolo Russo
Manifesto della Poesia Clinica Applicata – Paolo Russo
La libertà di non coincidere con la propria storia
PREMESSA — L'ESSERE UMANO È PIÙ DI CIÒ CHE GLI ACCADE
Nessun essere umano coincide interamente con la propria storia.
Siamo attraversati da esperienze, relazioni, incontri, perdite, desideri e contraddizioni. Ognuno di questi avvenimenti lascia una traccia e contribuisce alla costruzione dei significati attraverso i quali interpretiamo la nostra esistenza.
Ma ciò che viviamo non esaurisce ciò che siamo.
Talvolta un'esperienza particolare assume un'importanza tale da trasformarsi nel principio attraverso il quale una persona interpreta se stessa, gli altri e il proprio futuro.
Una ferita può diventare una convinzione. Una convinzione può trasformarsi in una rappresentazione generale dell'esistenza. E quella rappresentazione può finire per assumere il valore di un destino.
La Poesia Clinica Applicata nasce da una domanda fondamentale: che cosa accade quando il linguaggio, invece di confermare una rappresentazione ormai rigida di noi stessi, apre la possibilità di riconoscere ciò che quella rappresentazione ha escluso?
La risposta non riguarda soltanto la psicoterapia. Riguarda la libertà dell'essere umano di esprimersi, di conoscere e di non essere definitivamente ridotto alle definizioni attraverso le quali il mondo tenta di comprenderlo.
I. L'UNO: LA FORZA VITALE DELL'ESISTENZA
La vita non è soltanto una successione di avvenimenti individuali.
Nella prospettiva della Poesia Clinica Applicata, l'esistenza partecipa di una dimensione più ampia, che accomuna gli esseri viventi e li pone in continuità con la natura.
È ciò che chiamiamo UNO.
L'UNO esprime, sul piano filosofico e animistico, il principio della forza vitale: quel soffio dell'esistenza che possiamo evocare attraverso le immagini dell'energia, dell'anima e della partecipazione alla vita.
Non è la negazione delle differenze individuali, né la cancellazione della singolarità.
È il riconoscimento di una continuità profonda nella quale ogni esistenza, pur conservando la propria irripetibilità, partecipa di qualcosa che la oltrepassa.
L'UNO costituisce il fondamento filosofico della concezione animistica della matrice. Non viene proposto come una grandezza fisica misurabile, ma come una prospettiva attraverso la quale interrogare la vita, il suo significato e la relazione dell'essere umano con il mondo.
II. LA MATRICE: CIÒ CHE CONTIENE SENZA ESAURIRSI
La matrice rappresenta la dimensione profonda, vitale e animistica dell'esistenza individuale.
Non coincide con il carattere, con la personalità, con la memoria autobiografica o con la somma delle esperienze vissute.
È un piano di contenimento nel quale le esperienze possono essere accolte, integrate e trasformate senza esaurire la complessità della vita.
Ogni relazione ci consegna strumenti per abitare il mondo. Apprendiamo linguaggi, regole, convinzioni e modalità di incontro. Attraversiamo esperienze che possono arricchirci, ferirci o modificare il modo in cui interpretiamo la realtà.
Questi materiali costituiscono i detriti dell'esistenza.
Non sono necessariamente scarti. Possono diventare conoscenze, risorse e strumenti di relazione.
Ma nessuno di essi, isolatamente considerato, può rappresentare la totalità della persona.
La matrice è più ampia delle esperienze che contiene.
È il luogo profondo nel quale la singolarità dell'individuo mantiene il proprio rapporto con la dimensione vitale dell'UNO.
III. LA MATRICE SOSTITUTIVA: QUANDO UNA PARTE DIVENTA IL TUTTO
Ogni essere umano attraversa la propria esistenza costruendo significati. Le relazioni, gli incontri, l'educazione e le esperienze vissute contribuiscono a formare il modo in cui interpretiamo noi stessi e il mondo.
Questi significati costituiscono strumenti necessari alla vita relazionale. Ci permettono di orientarci, di riconoscere situazioni già incontrate e di attribuire una continuità alla nostra storia.
Ma ciò che nasce come esperienza particolare può essere generalizzato fino ad assumere il valore di una verità sull'intera esistenza.
Un rifiuto può trasformarsi nella convinzione di non essere desiderabili. Un'umiliazione può diventare la certezza di non avere valore. Una diagnosi, da strumento di conoscenza clinica, può essere interiorizzata come una definizione definitiva della persona.
Non è necessario che questo processo abbia origine da un'oppressione intenzionale.
Può svilupparsi attraverso la socializzazione ordinaria, attraverso relazioni coercitive o mediante una concatenazione di esperienze che sembrano confermare, nel tempo, la medesima interpretazione.
La matrice sostitutiva prende forma quando tali generalizzazioni si organizzano in un sistema di significati attraverso il quale la persona finisce per leggere la propria esistenza.
Non è dunque l'esperienza in sé a costituire la matrice sostitutiva, ma la sua trasformazione in un principio generale di interpretazione.
Una parte della storia pretende di diventare il tutto.
La matrice sostitutiva non può sostituire la matrice autentica: può soltanto ostacolare il contatto della persona con la sua dimensione vitale più profonda.
La sofferenza può allora manifestarsi anche come una distanza tra la complessità di ciò che siamo e il significato al quale abbiamo imparato a ricondurci.
IV. LA SOFFERENZA E LA FRAMMENTAZIONE DELL'ESPERIENZA
La sofferenza psicologica non si manifesta soltanto attraverso emozioni dolorose o sintomi riconoscibili.
Può riguardare anche il modo in cui una persona organizza e rappresenta la propria esperienza.
Talvolta aspetti differenti dell'esistenza sembrano non trovare più un linguaggio comune. Un desiderio entra in conflitto con un dovere interiorizzato. Un sentimento viene escluso perché incompatibile con l'immagine che la persona ha imparato a dare di sé. Un'esperienza rimane isolata, incapace di trovare posto nella propria storia.
La persona può così vivere una condizione di frammentazione nella quale parti della propria esperienza non riescono a essere riconosciute e integrate.
La matrice sostitutiva può contribuire a questa condizione quando impone una rappresentazione troppo ristretta per contenere la complessità dell'esistenza.
Non ogni sofferenza deriva da questo processo, né ogni sintomo può essere spiegato attraverso una narrazione.
Ma riconoscere il ruolo delle rappresentazioni significa aprire una possibilità ulteriore di comprensione.
V. LA PAROLA NON DESCRIVE SOLTANTO: COSTRUISCE SIGNIFICATI
Il linguaggio non è uno strumento neutrale.
Attraverso le parole attribuiamo significato agli avvenimenti, organizziamo i ricordi, costruiamo aspettative e comunichiamo agli altri ciò che crediamo di essere.
Le parole possono aprire possibilità, ma possono anche restringerle.
Un giudizio ripetuto può diventare una convinzione. Una definizione può trasformarsi in un'identità. Una narrazione imposta può essere interiorizzata fino a sembrare una verità originaria.
Per questo la libertà di espressione non è soltanto un diritto culturale.
È anche la possibilità di sottrarsi a rappresentazioni che non riescono a contenere la complessità della propria esperienza.
Trasformare il linguaggio non significa falsificare la realtà.
Significa riconoscere che nessuna descrizione può esaurire definitivamente ciò che descrive.
VI. LA POESIA COME POSSIBILITÀ DI CONOSCENZA E DI CURA
Esistono esperienze che resistono al linguaggio ordinario.
Il dolore, la vergogna, il desiderio, la paura, la perdita e persino la gioia possono eccedere le parole attraverso le quali abitualmente tentiamo di comunicarli.
La poesia interviene dove la spiegazione incontra i propri limiti.
La metafora, l'immagine, il ritmo e il simbolo permettono di accostare elementi apparentemente lontani, di dare forma a ciò che era indistinto e di rendere comunicabile ciò che sembrava indicibile.
La poesia non è soltanto un ornamento del discorso.
È una possibilità di conoscenza.
Nella Poesia Clinica Applicata, il linguaggio poetico può assumere anche una funzione curativa.
Quando un'esperienza trova una rappresentazione nuova, può trasformarsi il rapporto della persona con ciò che ha vissuto.
Ciò che sembrava immobile può acquistare movimento. Ciò che era stato escluso può trovare riconoscimento. Parti dell'esperienza rimaste separate possono entrare in relazione.
La poesia è clinica quando restituisce una trama a ciò che la sofferenza ha disgregato.
La cura poetica non coincide con la semplice produzione di versi e non opera automaticamente.
Può emergere dall'incontro tra espressione autentica, relazione, riconoscimento e trasformazione dei significati.
La sua possibilità curativa non implica che ogni sofferenza sia risolvibile attraverso la poesia, né che il linguaggio poetico sostituisca gli interventi clinici necessari.
Significa riconoscere che la trasformazione dell'esperienza rappresentata può partecipare, in determinate condizioni, al processo di cura.
VII. LA CURA NON CONSISTE NEL COSTRUIRE UN'ALTRA PRIGIONE
Se la matrice sostitutiva nasce dalla generalizzazione di un significato parziale, la trasformazione non può consistere semplicemente nell'imporre una narrazione alternativa.
Sostituire una definizione rigida con un'altra significherebbe conservare il medesimo meccanismo.
La Poesia Clinica Applicata non propone di convincere la persona a raccontarsi una storia migliore.
Propone di riaprire lo spazio nel quale le esperienze possono essere riconosciute senza trasformarsi in definizioni assolute.
La matrice autentica non deve essere ricostruita attraverso una nuova identità artificiale.
Occorre piuttosto favorire il recupero del contatto con quella dimensione vitale più profonda che le narrazioni generalizzate possono oscurare.
In questa prospettiva, la cura non consiste nel sostituire una narrazione con un'altra, ma nel restituire alla persona la possibilità di non essere interamente determinata da nessuna delle proprie narrazioni.
VIII. LA DIAGNOSI E IL LIMITE DELLE DEFINIZIONI
La conoscenza scientifica rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere e affrontare la sofferenza.
Una diagnosi può orientare gli interventi, favorire la comunicazione tra professionisti e permettere alla persona di riconoscere aspetti importanti della propria condizione.
Il problema nasce quando una categoria descrittiva viene trasformata in una definizione totalizzante dell'essere umano.
La persona non è la propria diagnosi.
Non coincide interamente con un sintomo, con una prognosi o con il significato sociale attribuito alla propria condizione.
La Poesia Clinica Applicata distingue la necessità della scienza dal rischio dello scientismo: la pretesa che una spiegazione, per quanto utile, possa esaurire l'intera realtà della persona.
La conoscenza deve ampliare le possibilità di comprensione, non trasformarsi in una sentenza sull'identità.
IX. UNA PROSPETTIVA SULLE RELAZIONI, NON UNA NUOVA ARTETERAPIA
La Poesia Clinica Applicata non è una tecnica che consiste nel chiedere alle persone di scrivere poesie.
Non richiede che ogni individuo diventi poeta, né che ogni relazione assuma una finalità terapeutica.
È una prospettiva sul linguaggio, sull'espressione e sulle relazioni umane, maturata nell'esperienza psicoterapeutica e aperta a contesti differenti.
Può trovare applicazione nella clinica, nella scuola, nella genitorialità, nella cultura e nella vita sociale.
Il suo principio riguarda la possibilità che ogni persona trovi forme autentiche di espressione e venga riconosciuta senza essere ridotta a un ruolo, a un giudizio o a una definizione.
L'espressione autentica non riguarda soltanto le parole.
Coinvolge il corpo, il pensiero, gli affetti, la creatività e il modo in cui ciascuno entra in relazione con gli altri.
La libertà espressiva, nel rispetto della libertà altrui, costituisce così una condizione importante per la vitalità delle relazioni.
X. LA POESIA COME ESPERIENZA PUBBLICA
La poesia non deve rimanere confinata nei libri, nei luoghi della cultura o nella stanza della psicoterapia.
Può tornare nelle piazze, nei parchi, nelle scuole e nei luoghi dell'incontro quotidiano.
L'associazione I Fiumi di Jane nasce anche da questa convinzione: creare occasioni nelle quali persone di età, provenienze ed esperienze differenti possano incontrarsi attraverso la parola, il racconto e l'espressione artistica.
La trasmissione radiofonica I Fiumi di Jane – Miti e società, su RadioGamma5, prosegue questa ricerca nello spazio della voce condivisa, interrogando attraverso i miti e la narrazione le contraddizioni dell'esistenza contemporanea.
Non si tratta di trasformare ogni spazio pubblico in un luogo di terapia.
Si tratta di restituire alla cultura la sua capacità di generare relazione, riconoscimento e possibilità di pensiero.
La poesia, quando esce dai luoghi che tradizionalmente le vengono assegnati, può diventare una forma di incontro tra esperienze che altrimenti rimarrebbero separate.
XI. IL DIRITTO DI NON COINCIDERE CON LA PROPRIA FERITA
La Poesia Clinica Applicata si oppone a ogni concezione dell'essere umano che trasformi il passato in una sentenza irrevocabile.
Non nega i condizionamenti, i limiti dell'esistenza, la sofferenza o la necessità della conoscenza scientifica.
Rifiuta che una spiegazione diventi l'unica spiegazione.
Rifiuta che un'esperienza particolare venga generalizzata fino a rappresentare la totalità della persona.
Rifiuta che la matrice sostitutiva venga confusa con la dimensione autentica e vitale dell'esistenza.
Ogni essere umano è attraversato da una pluralità di storie, alcune già raccontate, altre ancora prive di parole.
La possibilità di trovare un linguaggio nuovo non garantisce che ogni dolore scompaia.
Ma può restituire alla persona la facoltà di non identificarsi interamente con ciò che l'ha ferita.
DICHIARAZIONE CONCLUSIVA
La Poesia Clinica Applicata afferma che l'essere umano non è una realtà definitivamente descritta.
È un'esistenza che continua a produrre significati, attraversata da esperienze che possono essere integrate senza esaurirne la complessità.
La matrice costituisce il piano profondo di questa possibilità, in relazione con la dimensione vitale dell'UNO.
La matrice sostitutiva rappresenta il rischio opposto: che una parte dell'esperienza, generalizzata e interiorizzata, pretenda di definire il tutto.
La poesia può contribuire a interrompere questa identificazione, restituendo alla persona uno spazio di espressione, riconoscimento e trasformazione.
Non perché possa cancellare arbitrariamente la realtà, ma perché nessuna rappresentazione della realtà coincide necessariamente con tutte le possibilità dell'esistenza.
La libertà non consiste nel poter riscrivere arbitrariamente ciò che ci è accaduto.
Consiste nel non lasciare che ciò che ci è accaduto scriva, da solo, tutto ciò che siamo.
Paolo Russo
Psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista
Autore di Trilogia. Trattato di poesia clinica
Presidente dell'associazione I Fiumi di Jane
www.drpaolorusso.it
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